Emilio Rojas _ The Lions Teeth And/Or The World Was Once Flat

Voi sapete bene che siamo degli sfruttatori. Sapete bene che abbiam preso l’oro e i metalli, poi il petrolio dei ‘continenti nuovi’ e li abbiamo riportati nelle nostre vecchie metropoli. Non senza risultati eccellenti: palazzi, cattedrali, città industriali; e poi, quando la crisi minacciava, i mercati coloniali eran lì per estinguerla o stornarla. L’Europa, satura di ricchezze, accordò de jure l’umanità a tutti i suoi abitanti: un uomo, da noi, vuol dire un complice, giacché abbiamo approfittato tutti dello sfruttamento coloniale.

Jean Paul Sartre, prefazione a I dannati della terra, di Frantz Fanon, Paris, Maspéro, 1961

 

Quanto siamo complici del passato che ereditiamo? E della storia che consumiamo nel presente? Il pomodoro ha viaggiato dalle Ande all’Italia, per trasformare la nostra esperienza della gastronomia; la patata ha salvato l’Europa dalla carestia, così come ha fatto il mais.

The Lions Teeth And/Or The World Was Once Flat è la prima mostra personale in Italia di Emilio Rojas. Questo progetto, sviluppato nell’arco di due anni, è composto da animazioni in stop motion, video, performance, scultura, fotografia, testo e disegni. Al centro del lavoro c’è lo studio metaforico del dente di leone (tarassaco) come specie infestante. La ricerca è iniziata con la raccolta di 15.000 denti di leone, più di mezzo milione di semi, che diventano materia prima per indagare le implicazioni storiche del colonialismo attraverso la botanica.

Il dente di leone come asse centrale dell’installazione site-specific, degli interventi e delle performance per GALLLERIAPIÙ, fa da legante tra la botanica (tarassaco e pomodoro), l’anatomia (teatro anatomico), la geografia (l’atlante di Tolomeo stampato a Bologna nel 1477) e la colonizzazione (la figura di Cristoforo Colombo). Attraverso l’uso di una pianta comunemente considerata infestante, Rojas riflette sui modi in cui possiamo decolonizzare i nostri corpi. Ralph Waldo Emerson una volta disse: “Cos’è una pianta infestante? Una pianta le cui virtù non sono ancora state scoperte”.

 

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Emilio Rojas (ca.1985, Città del Messico) è un artista multidisciplinare, che lavora principalmente con performance, film, video, fotografia, installazione, interventi pubblici e scultura. Rojas utilizza il suo corpo in modo politico e critico, come strumento per portare alla luce traumi rimossi, forme di decolonizzazione, migrazione e poetica dello spazio. Ha partecipato a numerosi programmi di residenza tra cui Banff Centre, Elsewhere Museum, Surrey Art Gallery, Botin Foundation, Hammock Residency e Pirate Camp: Stateless Pavilion alla 54ᵃ Biennale di Venezia. I suoi lavori sono stati esposti in USA, Messico, Canada, Giappone, Austria, Inghilterra, Grecia, Francia, Germania, Italia, Spagna e Australia. Oltre alla pratica artistica, Emilio è anche un insegnante di yoga, traduttore, attivista e facilitatore contro l’oppressione con la comunità queer e giovani migranti e rifugiati. Attualmente sta frequentando la School of the Art Institute di Chicago, dipartimento di performance, per cui ha vinto la borsa di studio New Artist Society. Rojas collabora anche con l’artista messicana Adela Goldbard nel collettivo interdisciplinare El Coyote Cojo, che focalizza la sua ricerca sulle aree di tensione politica nelle relazioni bi-nazionali e, attraverso la creazione di progetti artistici site-specific, tenta di rendere visibili le storie soppresse e le narrazioni nascoste all’interno delle questioni socio-politiche attuali. Il primo progetto del collettivo, Phantom Limb, ha ricevuto il Shapiro EAGER Grant. Di recente è stata inaugurata la loro prima personale presso Public Access Gallery di Chicago, e al collettivo è stata commissionata una performance al Stony Island Art Bank, project space della Fondazione Rebuild, fondata e guidata dall’artista Theaster Gates. Il lavoro di Rojas è rappresentato dalla galleria Jose de la Fuente in Spagna.

 

In collaborazione con Biblioteca Universitaria di Bologna